Megan passeggiava avanti e indietro per la stanza senza sosta. Ci aveva provato, a restarsene seduta in poltrona, a leggere qualcosa per ingannare l’attesa, ma uno: quelle maledette pareti blu che la circondavano le davano un senso di claustrofobia - e l’essere chiusa dentro, a chiave, non aiutava di certo! -; due: era rimasta ferma sulla stessa pagina per più di un’ora e le parole a un certo punto avevano cominciato a confondersi davanti ai suoi occhi, perciò alla fine aveva rinunciato.
Chissà come se la sta passando Lizzie?, si chiese. Michael si è arrabbiato per lo scherzetto che gli abbiamo tirato? E se l’ha picchiata, in preda alla rabbia?
No, non avrebbe osato. Non davanti ai suoi ospiti e durante la sua festa di fidanzamento.
O almeno è quello che mi auguro!, rimuginò, nervosa, mordendosi un labbro. Del resto, stavano parlando di delinquenti, assassini, ladri e rapitori. Forse, dopotutto non era stata una grande idea rovinare il vestito.
Quelle domande senza risposta la stavano facendo impazzire, ma tali sarebbero rimaste fino a quando l’amica non fosse ritornata.
«Che situazione del cazzo!» sibilò tra i denti.
A quell’ora avrebbe dovuto trovarsi beatamente a New York, in attesa di cominciare il college alla Columbia. Avrebbe dovuto incontrare gente, flirtare con i ragazzi della sua età, farsi delle belle e sane scopate, finalmente!, perché a quasi vent’anni suonati non si poteva essere ancora vergini. Aveva programmato di disfarsi del suo fastidioso imene la sera della festa del diploma - Chris era un ragazzo attraente, giocava nella squadra di football del liceo e aveva fama di saperci fare, a letto -, ma Lizzie aveva stravolto sia i suoi piani che quelli di Justin, quando quella sera era ritornata nella sala dove si svolgeva la festa, dopo essersi allontanata con Larry, e li aveva pregati di riaccompagnarla a casa, sconvolta. Sul momento sia lei che Jus avevano pensato che avesse mandato al diavolo il quarterback per aver allungato troppo le mani, invece era successo ben altro, come aveva avuto modo di scoprire recentemente.
E adesso eccola lì, prigioniera in casa di un boss della mafia insieme alla sua migliore amica. Cominciava a pensare, e soprattutto a temere, che quella condizione potesse diventare permanente. Il tipo pallido, Brian, le aveva lasciato fare solo due telefonate, prima di sequestrarle il cellulare: ai suoi genitori e a Justin. E per tutto il tempo se ne era rimasto davanti a lei, ad ascoltare i fatti suoi, con un’incredibile faccia tosta… e facendole venire il nervoso allo stomaco.
Non le ci era voluto molto per convincere sua madre e suo padre che era dovuta partire urgentemente per risolvere un fantomatico problema burocratico prima dell’inizio delle lezioni, tanto più che la maggior parte della sua roba era già stata spedita a New York da un paio di settimane e si trovava ben imballata e al sicuro nella sua stanza, in un grazioso appartamentino che aveva affittato insieme a un paio di matricole del primo anno, come lei. Erano molto simpatiche, erano entrambe di Boston e avrebbero dovuto frequentare più o meno i suoi stessi corsi.
Già, avrebbero dovuto! Il condizionale era d’obbligo, in quel caso, perché dubitava fortemente che sarebbe riuscita a frequentare l’università, quell’anno.
Quando aveva fatto notare a Brian che le sue coinquiline si sarebbero insospettite, se non si fosse presentata per l’inizio delle lezioni, visto che tutte le sue cose erano già nella nuova casa - e di certo avrebbero avvisato i suoi genitori! -, l’uomo le aveva assicurato che ci avrebbe pensato lui. Avrebbe mandato un uomo di sua fiducia, a New York, per recuperare la sua roba e per spiegare alle sue compagne che, causa problemi di forza maggiore, aveva dovuto rimandare di un anno il suo ingresso al college.
Il ragionamento non faceva una grinza.
Tutt’altro paio di maniche si era rivelato persuadere Justin, che possedeva un vero e proprio sesto senso per le balle.
«Sei sicura che sia tutto okay, laggiù?» aveva domandato, scettico. «Tu e Lizzie state veramente bene? Inoltre non riesco ancora a spiegarmi perché se ne sia andata in Canada senza dirci nulla.»
«Te l’ho già detto!» aveva sospirato lei. «Sua zia ha avuto un piccolo incidente e suo padre l’ha spedita lì per aiutarla a rimettersi.»
«E allora? Il telefono scottava o cosa? Non ci ha fatto nemmeno una cazzo di chiamata, facendoci preoccupare a morte…» aveva sbraitato il giovane, arrabbiato.
«Che vuoi ti dica? Avrà avuto da fare!» aveva ribattuto lei. «A ogni modo te lo ripeto: noi stiamo bene, siamo qui da Molly’s a berci una cosa e sentiamo terribilmente la tua mancanza.»
«D’accordo…» si era arreso Justin, «ma di’ a Lizzie di chiamarmi, intesi? La prossima volta non le servirà scappare in bagno per evitarsi una bella lavata di testa da parte del sottoscritto.»
«Okay, quando torna le riferirò il messaggio. Ci sentiamo presto, Jus, abbi cura di te. Ti voglio bene!» l’aveva salutato prima di riagganciare.
Dopo, quando con un sospiro aveva alzato lo sguardo per consegnare il cellulare al suo cane da guardia, l’aveva trovato che la fissava, cupo.
«Be’, e adesso che ti prende, si può sapere?» l’aveva rimbeccato, infastidita.
«Chi cazzo è Jus?» aveva grugnito Brian. «È il tizio che ti scopi?»
«E se anche fosse? La mia vita sessuale non è di certo affar tuo» aveva replicato lei con insolenza, una mano posata sul fianco e il mento sollevato in aria di sfida.
Brian si era irrigidito e le sue iridi erano diventate puro ghiaccio. «La sua vita dipenderà da come risponderai, ragazzina, perciò stai bene attenta a ciò che dici...»
Megan era stata tentata di mandarlo al diavolo, a quel punto, ma aveva scorto qualcosa nel suo sguardo… una risolutezza che le aveva solidificato il sangue nelle vene e fatto capire che non stava affatto scherzando. Per una volta, in vita sua, aveva scelto la strada della prudenza. C’erano già lei e Lizzie con la merda fino al collo, che almeno Jus ne rimanesse fuori.
«Justin è il migliore amico mio e di Lizzie, siamo praticamente cresciuti insieme noi tre. Il gorilla che ci teneva d’occhio non te l’ha riferito o hai la l’Alzheimer precoce?»
«Un giorno o l’altro dovrò fare qualcosa per quella tua linguaccia impertinente…» l’aveva minacciata Brian, un sopracciglio sollevato, ma era apparso visibilmente più rilassato e la sua bocca si era piegata persino in una specie di sorriso.
«Puoi sempre provarci…» gli aveva risposto per le rime lei, con un sorrisetto tutto zucchero e fossette. Aveva persino fatto sfarfallare le sue lunghe ciglia.
«Non rifiuto mai una sfida, dolce Megan, lo imparerai presto. E ho idea che quella con te mi darà un bel po’ di soddisfazioni» aveva ridacchiato il braccio destro del boss dei Cannizzaro.
«Per te e Michael tutto questo è un passatempo, vero? State giocando a chi ce l’ha più grosso all’interno della vostra riprovevole Famiglia?»
«Non è affatto un gioco, piccola, e né io né Michael abbiamo bisogno di dimostrare alcunché alla Famiglia. Loro sanno già quanto valiamo e che gli conviene non sfidarci, se non vogliono finire sotto tre metri di terra» aveva dichiarato Brian avvicinandosi e sfiorandole la guancia con un dito.
Si era trattato di un tocco leggero, come lo sbattere delle ali di una farfalla, ma aveva provocato a Megan un tuffo allo stomaco. Subito dopo si era infuriata con se stessa, scostandosi.
Cos’era quella, una specie di fottuta malattia? Lizzie le aveva attaccato la Sindrome di Stoccolma? No, lei non avrebbe fatto la fine dell’amica, che si era infatuata del suo carceriere: aveva troppo sale in zucca per lasciarsi irretire tanto facilmente.
Brian era scoppiato a ridere, come se sapesse esattamente cosa le passasse per la testa. Si era chinato sul suo orecchio, fino a sfiorarle il collo con il suo alito caldo. «Per rispondere alla tua domanda, sì… il mio cazzo è parecchio grosso e non vede l’ora di marchiare la tua fica e farti godere, mentre urli il mio nome. E dopo per te non esisterà nessun altro, te lo garantisco.»
Non erano state molte le persone in grado di zittire Megan. Anzi, che lei ricordasse non ci era riuscito mai nessuno, ma in quell’occasione se ne era rimasta in silenzio, a bocca aperta e a occhi sgranati, a fissare l’uomo che, dopo aver sganciato quella bomba, si era avviato con noncuranza alla porta e se l’era richiusa alle spalle a doppia mandata, lasciandola con una gran confusione in testa.
«Fottuto stronzo narcisista!» esclamò ad alta voce, ritornando alla realtà. Non aveva ancora smaltito la rabbia, da quel giorno, soprattutto perché non era riuscita a controbattere, lasciando a quell’uomo spregevole l’ultima parola. E il rammentare la sua défaillance la mandava su tutte le furie. Diede un calcio a un povero cuscino, colpevole unicamente di trovarsi sulla sua traiettoria. Questo atterrò dall’altra parte della stanza, andando a sbattere contro l’uscio chiuso con un lieve clang.
Non le occorse molto, tuttavia, per capire che non era stato il cuscino a provocare quel rumore, ma qualcuno che stava armeggiando con la serratura, fuori della porta.
Possibile che sia Lizzie?, si domandò. La festa è già finita?
Un attimo dopo ebbe la sua risposta: sulla soglia si stagliò la figura di Brian, elegantissimo in un abito scuro che metteva in risalto il suo corpo agile e muscoloso.
L’uomo entrò e si fermò esattamente al centro della stanza, cercando i suoi occhi e tenendoli incatenati per un tempo che a Megan parve infinito, poi le fece scivolare lo sguardo addosso. Senza nessuna fretta e senza tralasciare alcun particolare, come se stesse valutando una proprietà, prima di acquistarla. Solo quando ebbe preso nota di tutto, ritornò a guardarla e le sue labbra si schiusero in un ghigno soddisfatto.
«Tu e la tua amica avete fatto le bambine cattive, vero mia piccola fata dei boschi?» esordì.
Brian aveva ottenuto esattamente quello che voleva e non poteva esserne più compiaciuto. Aveva bramato Megan sin dalla prima volta che le aveva messo gli occhi addosso e adesso era sua: doveva solo reclamarla, sebbene già sapesse che la ragazza non gli avrebbe reso le cose facili.
Ma poco importava: alla fine avrebbe ceduto.
Dopotutto addomesticare una donna non era poi tanto diverso dall’addestrare un cane, o una recluta, e lui era un esperto in materia, visto che i mastini che facevano da guardia alla villa li aveva ammaestrati personalmente, così come tutti coloro che si univano all’esercito della Famiglia.
Ci volevano solo polso di ferro e una risoluta determinazione.
E a lui non mancava né l’una né l’altra cosa.
Superò l’ultimo gradino della scalinata e percorse il corridoio illuminato fino a raggiungere la Stanza Blu, pregustando già il momento in cui avrebbe incontrato le intriganti iridi color del cielo di Megan. Da sole, erano in grado di farlo arrapare come un ragazzino. La cosa era un po’ destabilizzante - abituato com’era a mantenere un controllo assoluto su tutto -, ma non poteva farci nulla: quella ragazza aveva quell’effetto su di lui.
Gli venne quasi da ridere. Prima di conoscerla, non aveva compreso appieno la smania che aveva colto Michael di avere Lizzie a tutti i costi. Aveva sempre pensato che le donne fossero tutte uguali e adatte a un solo scopo: accogliere il suo uccello nella loro fica bagnata o nella loro bocca. Invece, da quando lei era arrivata alla villa, si era riscoperto a desiderare molto di più.
Infilò una mano nella tasca della giacca dell’abito scuro che indossava e ne tirò fuori una chiave di ferro di foggia antica, come il resto di quella dimora. Michael, in qualche occasione, gli aveva confidato che risaliva alla fine del diciannovesimo secolo e che erano più di duecento anni, ormai, che i Cannizzaro se la tramandavano di padre in figlio, e un giorno sarebbe appartenuta al suo primogenito maschio. Ovviamente nel corso del tempo era stata ristrutturata e dotata di tutti i comfort moderni, come la grande piscina, la sauna e la palestra, ma il suo aspetto esteriore era rimasto immutato.
Nello stesso istante in cui inserì la chiave nella serratura, udì un lieve rumore provenire dall’altro lato della porta chiusa, come se qualcosa vi ci avesse sbattuto contro.
Che starà combinando?, si domandò, curioso.
C’era un solo modo per scoprirlo…
Fece scattare la chiave all’indietro nella toppa, due volte, e spalancò il battente, entrando e fermandosi al centro della stanza. I suoi occhi trovarono subito quelli di Megan, tenendoli avvinti per un lungo istante, poi scesero lungo tutta la sua figura, cogliendo ogni minuzioso particolare: i capelli color dell’oro che le accarezzavano la schiena in morbide onde; il collo sottile e aggraziato, da cigno; i seni pieni e sodi che tendevano la t-shirt attillata che indossava; la vita sottile che un uomo avrebbe cinto con l’ausilio di un solo braccio; i fianchi snelli e le gambe tornite messe in mostra dai pantaloncini sportivi.
Un corpo da capogiro, senza dubbio.
Un corpo che adesso apparteneva a lui.
Un feroce senso di possesso gli infiammò il sangue e le labbra si curvarono in un sorriso soddisfatto.
«Tu e la tua amica avete fatto le bambine cattive, vero mia piccola fata dei boschi?» esclamò.
A quelle parole un lampo sfrecciò negli occhi azzurri della ragazza. Un lampo di sfida che glielo fece rizzare all’istante.
«Perché non te ne vai affanculo?» replicò la sfacciatella in un tono caramelloso che gli fece venire voglia di gettarla sul letto e scoparla talmente forte da farle perdere l’uso della parola per un po’.
La tentazione era forte.
Molto forte.
Ma la tenne a bada.
«Dov’è Lizzie?» gli domandò Megan, del tutto ignara della sua lotta interiore.
«Si sta godendo la sua festa di fidanzamento, per il momento...» le rispose Brian, «ma non vorrei essere nei suoi panni, tra qualche ora. Michael è molto arrabbiato e di sicuro non le farà passare liscio il suo sgarro.»
«Quel bastardo prevaricatore... se osa solo toccarla, giuro che lo ammazzo.»
Lui ancora una volta rimase colpito dalla forza e dalla determinazione che quella ragazza dimostrava. Era poco più di uno scricciolo e ormai sapeva benissimo con chi aveva a che fare, eppure non avrebbe esitato un solo istante nel fare da scudo a Lizzie con il suo corpo, se necessario. Aveva coraggio da vendere e soprattutto era leale con coloro che amava: una dote da ammirare.
È la compagna ideale per me!, rifletté. E mi concederà la stessa lealtà.
Già… restava soltanto da farglielo accettare.
«Dovresti pensare a te stessa, piuttosto che alla tua amica» buttò là, quasi con noncuranza.
Megan socchiuse leggermente le palpebre. «Che diavolo significa?»
«Significa che Michael aveva decretato la tua morte, poco fa, per far finalmente capire a Elizabeth che deve obbedirgli senza fare storie. Se non fosse stato per me, adesso avresti un terzo occhio in mezzo alla fronte…» rivelò, indicando con un cenno inequivocabile il suo volto.
Megan si sforzò di restare impassibile a quella scoperta, ma Brian si accorse che era impallidita. Non abbassò lo sguardo, comunque, e lo fronteggiò, avvicinandosi fino a trovarsi a un millimetro da lui.
«Fammi capire bene...» disse, la fronte aggrottata. Gli puntò l’indice contro il petto e vi spinse sopra con forza, ripetutamente, a ogni affermazione. «Dovrei esserti grata perché non mi hai fatta fuori? Perché conservo ancora la mia vita? Per quello che è un mio diritto inalienabile? Mio e di ogni persona, animale o essere vivente che calpesta questa terra? Ma chi cazzo vi credete di essere, tu e quel boss dei miei stivali, per decretare chi deve vivere e chi deve morire? Dio?» finì, sibilando di rabbia.
«No, non siamo tanto pretenziosi…» ridacchiò Brian, «ma di sicuro Michael è il signore e padrone di Lizzie e lei gli deve obbedienza adesso. Ha anche giurato, e quello è un giuramento che si può rompere solo in un modo.»
«Capisco…» mormorò Megan, ma era palese che invece non capisse affatto. O che non volesse capire. «E sentiamo…» continuò, tralasciando la questione del giuramento, per il momento, «adesso cosa ti aspetteresti esattamente da me, visto che a quanto pare sono viva per tua gentile intercessione? Dovrò inchinarmi e adorarti? Renderti grazie ogni giorno? Baciarti i piedi e le mani per lodare la tua magnanimità? Farti da schiava a vita e anche oltre, magari?»
Oh, sì, Brian avrebbe voluto vedere Megan in ginocchio davanti a lui, la bocca piena del suo cazzo: ci pensava ogni dannata notte e persino durante il giorno, benché fosse consapevole che la sua testa avrebbe dovuto rimanere concentrata su altre questioni, decisamente più pressanti. Voleva sentire la lingua calda della ragazza percorrergli l’asta in tutta la sua lunghezza; voleva che lei gli succhiasse la cappella e le palle, fino a farlo venire; voleva che ingoiasse il suo sperma fino all’ultima goccia; voleva sentire il sapore del suo uccello, su quelle labbra morbide, mentre se ne impadroniva. Voleva questo e voleva anche altro: voleva averla in tutti i modi possibili e immaginabili. E l’avrebbe avuta, su questo non nutriva il minimo dubbio.
Ma tutto a tempo debito.
«Non sarai la mia schiava, Megan… ma mia moglie. La madre dei miei figli. Ci sposeremo appena possibile e quando anche tu ti sarai sottoposta al rito della punciuta, entrerai a far parte ufficialmente della Famiglia e tutti ti tributeranno lo stesso rispetto che tributano a me» dichiarò con solennità.
Megan stavolta non si curò di celare il suo sbalordimento. La sua bocca si spalancò in una O che sarebbe stata comica, in un altro frangente, e le gemme blu che aveva al posto degli occhi apparvero ancora più grandi nel volto esangue.
«Tu ti sei bevuto il cervello…» alitò in un soffio, facendo un passo indietro.
Oh, non c’è dubbio!, pensò Brian. L’ho perduto nel momento esatto in cui ti ho vista.
Ma ovviamente non lo disse ad alta voce.
Mai svelare le vostre debolezze al nemico, perché le ritorceranno contro di voi alla prima occasione! Le parole del Boia gli risuonarono nelle orecchie come un ammonimento.
Un ammonimento che non avrebbe mai ignorato.
Brian diede in una scrollata di spalle. «Può darsi…» concesse, «ma resta il fatto che adesso mi appartieni. D’ora in poi starai con me, nella mia stanza, dove potrò tenerti d’occhio e assicurarmi che non combini altri guai. Ho dato la mia parola a Michael, in proposito, e ho tutte le intenzioni di mantenerla.»
«Io non voglio restare qui, in questa specie di prigione, e di certo non voglio dividere la stanza con te né diventare tua moglie. Tu… tu non puoi obbligarmi.»
Brian si mosse con la scioltezza di un cobra e fu su Megan prima che lei avesse il tempo di sbattere le ciglia. Alzò una mano e le sfiorò la guancia con la punta di un dito, poi glielo passò sulla bocca, seguendone il contorno. «Non hai alcuna opzione, mia bella fata dei boschi… me o la morte. Michael non ti lascerà mai andare via da qui sulle tue gambe: sai troppo ormai su di noi. E nemmeno io.»
Un pesante silenzio discese nella stanza.
Un silenzio greve e teso che si poteva tagliare con la lama di un coltello.
Poi ci fu l’esplosione.
«Lo sapevo!» urlò Megan come un’invasata.
Gli diede uno spintone e si staccò da lui, quindi prese a misurare la stanza a passi concitati, gesticolando a pugni serrati.
«Lo sapevo che prima o poi sarei finita nella merda per colpa di quell’idiota patentata! Ma perché mi lascio trascinare sempre nei suoi casini? Avrei dovuto fregarmene e lasciare che se la cavasse da sola… e invece che ho fatto, da perfetta cretina che non sono altro? Sono partita, lancia in resta, per correre in suo soccorso, come sempre. Ah, ma mi sentirà… oh, se mi sentirà…! Ma no, gridarle contro è poco… La ucciderò, invece! Lentamente, molto lentamente… poi la riporterò in vita e comincerò di nuovo… Eh, eh, eh… sarebbe troppo facile, sennò! Cristo, ma che cazzo ho in questo cervello bacato…?» continuò prendendosi la testa tra le mani.
Brian era completamente sconcertato. I suoi occhi ondeggiavano avanti e indietro per seguire i movimenti convulsi della ragazza, che si era scordata di tutto, nella foga della rabbia, persino di lui, e continuava a lanciare ingiurie a Lizzie e a rimproverarsi per la propria stupidità…
Sarebbe scoppiato a ridere, se non avesse avuto timore di finire fulminato da quelle iridi blu, e non dubitò minimamente che avrebbe mantenuto la sua parola. Ebbe quasi pietà della povera Elizabeth: non aveva alcuna possibilità contro quella forza della natura che era la sua donna.
La sua donna…
Assaporò quelle tre parole nella mente. Gli piaceva il suono che avevano e il suo uccello prese a tirare come un dannato. Immaginò come sarebbe stato avere Megan sotto di lui, al colmo della passione, mentre lasciava uscire tutto quel fuoco che aveva dentro. Per poco non venne nei pantaloni, come un adolescente davanti alla sua fantasia erotica preferita.
Cristo, devo farmi una sega, e subito! O mi scoppieranno le palle!
Prima, però, aveva un compito da portare a termine.
Sforzandosi di ignorare le proteste del suo amico ai piani bassi, attese pazientemente che la collera di Megan sbollisse.
Cosa che avvenne nell’arco di qualche minuto. All’improvviso la ragazza arrestò il suo andirivieni e alzò il volto, il dito indice puntato minacciosamente contro di lui.
«Se pensi che ti lascerò infilare il tuo cazzo flaccido nelle mie mutande…» sbraitò, «hai fatto male i conti. Prova solo ad avvicinarti al mio letto e te lo trancio di netto, intesi?»
Brian non ce la fece più a trattenersi. Scoppiò in una risata talmente fragorosa che l’eco della sua voce rimbombò a lungo tra le pareti della stanza. Era talmente tanto di quel tempo che non rideva, che ormai aveva pensato di aver dimenticato come si facesse. Del resto, da quando era rimasto orfano aveva avuto ben pochi motivi per cui sorridere e il soggiorno al campo del Boia gliene aveva fatto passare definitivamente la voglia.
Cristo, se Michael e gli altri uomini l’avessero veduto, in quel momento, non avrebbero creduto ai loro occhi. Quasi non ci credeva nemmeno lui!
«Che cazzo hai da ridere? Pensi che io parli a vanvera?» lo rimbrottò Megan, inviperita.
«Assolutamente no, anzi so che credi fermamente in ciò che dici» affermò Brian. Poi, in tono più serio: «Ma credo anche in ciò che dico io.»
«Cioè?»
«Che sarai mia. In tutti i sensi e in tutti i modi possibili. Non sarà oggi forse, e nemmeno domani…perché non ho mai dovuto forzare una donna, in vita mia, e non comincerò di certo con te. Ti lascerò tutto il tempo che ti serve per abituarti all’idea, non sono il mostro che credi, ma alla fine metterò il mio cazzo dentro la tua fica, ci puoi giurare… perché è quello il suo posto.»
Le guance di Megan si colorarono di rosso a quelle parole. Per la rabbia?
Per l’eccitazione?
Non sapeva dirlo, ma non era importante: alla fine le cose sarebbero andate in quel modo.
«Hai detto che mi concederai tutto il tempo che mi serve?» domandò la ragazza dopo averci riflettuto su per qualche istante.
«Esatto» annuì Brian, convinto.
Megan curvò le labbra in un sorrisino maligno. «Allora mettiti bello comodo, tesoro, perché sarà una lunga attesa. Infinita, direi.»
«Vedremo!» si limitò a commentare lui con una scrollata di spalle, poi prese la giovane per mano e la obbligò a seguirlo nella sua stanza.
Era lì che avrebbe dormito da quel momento in poi.
Lì dov’era il suo posto: accanto a lui.


